Riflessioni per una scuola interculturale

Nella società contemporanea le dinamiche connesse ai continui flussi di immigrazione hanno come conseguenza immediata che il contatto interculturale sia entrato a far parte dell’esperienza quotidiana, e pone nuovi interrogativi sul modo in cui la diversità si ridefinisce con la sua concreta presenza nel nostro territorio. Ne scaturisce il bisogno per nuove strategie didattiche.

Bisogna che si impone nella riflessione pedagogica anche alla luce di tutta una normativa (da quella sull’immigrazione a quella specificamente scolastica) che considera il bambino straniero (“straniero” in quanto figlio di migranti, di unioni miste, o arrivato in Italia grazie alle numerose pratiche di adozione internazionale) in quanto bambino, e come tale soggetto di diritti e tutele a parità dei bambini italiani.[1]

Quella delle grandi differenze di provenienza culturale che si trovano nelle classi scolastiche – problematica inedita per il nostro paese, ma che ha una lunga storia in altri (in particolare negli Stati Uniti) – incide fortemente sulle possibilità didattiche e sulla formazione dei docenti. Vi è, infatti, una nuova attenzione al cosiddetto “curricolo nascosto”[2] composto da ciò che tutte le persone coinvolte a vario titolo nel lavoro scolastico, docenti e studenti in primo luogo, ma anche genitori, dirigenti, amministratori, portano come loro contributo in termini di convinzioni, atteggiamenti, aspettative, motivazioni.

È evidente che, ormai, anche in Italia (soprattutto in alcune regioni come la Campania) l’incremento percentuale nel numero degli alunni dell’istituzione scolastica sia dovuto, essenzialmente, all’aumento dell’utenza straniera, ma è altrettanto vero che si registra una variazione percentuale molto significativa nel numero di alunni che richiedono una attenzione e un supporto aggiuntivo (da non confondere con il sostegno da assegnare a bambini diversamente abili).

Per favorire l’inserimento di un giovane straniero in classe e nella comunità è stata introdotta la figura del mediatore culturale, il quale agisce anche per aiutare gli stessi insegnanti  la famiglia a superare difficoltà pratiche di inserimento scolastico del bambino, oltre che per agevolare la comunità nella comprensione di nuove abitudini e comportamenti.

Tale passaggio è forse il momento più delicato per contenere le difficoltà dei bambini, appartenenti ad una cultura o ad una etnia differenti dalla nostra,  ed evitare che tali normali difficoltà possano degenerare in un vero e proprio disturbo dell’apprendimento. Ci si riferisce soprattutto alle naturali difficoltà legate ad una lingua e ad una cultura diverse, per questo oggi è necessario costruire l’apprendimento degli allievi sia come singoli che come gruppo.

Un esempio lampante è dato dalla ricerca antropologica di Susan Philips, la quale ha denominato “struttura di partecipazione”[3] quella struttura implicita che senza bisogno di dichiarazioni formali regola le interazioni quotidiane in classe. Nella sua analisi si evidenzia che nelle classi in cui erano presenti anche i bambini di cultura indiana-americana, dietro l’apparente rifiuto di questi ultimi di partecipare al discorso, vi erano i valori della “cultura invisibile” degli indiani d’America che preferiscono tacere di fronte agli altri studenti.

Si tratta di una norma di comunicazione che era sconosciuta agli insegnanti e che dipendeva dall’espressione di valori del tutto diversi da quelli della cultura dominante. È uno dei nuovi rischi con cui confrontarsi, soprattutto nel caso di alunni inseriti in classi italiane e che provengono da culture dell’Estremo Oriente , dove stare in silenzio e mostrare rispetto per adulti e anziani è un valore importante.

Di certo l’integrazione che non accultura né include, ma valorizza la diversità come forma di risorsa, ha indicazioni precise da parte del Ministero della Pubblica Istruzione. Ma tra l’ attenzione teorica e normativa a ciò che di nuovo portano gli alunni stranieri [4]: e l’educazione interculturale che non si limiti a tollerare una compresenza di etnie, vi è uno spazio progettuale tutto da ridefinire, in cui investire energie e strategie per la formazione di conoscenze e atteggiamenti responsabili.

 

Marianna Anita Laudando
Docente di Storia e Filosofia


[1] Per quanto riguarda nello specifico l’accesso all’istruzione, l’attuale legge sull’immigrazione (D.Lgs. n.286/98 Testo Unico) all’art. 38 dichiara: “1. I minori stranieri presenti sul territorio sono soggetti all’obbligo scolastico: ad essi si applicano tutte le disposizioni vigenti in materia di diritto all’istruzione, di accesso ai servizi educativi, di partecipazione alla vita della comunità scolastica”

[2] Strodtbeck F.L., ―Il curricolo latente della famiglia delle classi medie  trad. it. in Passow A.H., Goldberg M., Tannebaum A.J. a cura di, L‘educazione degli svantaggiati, Milano, F. Angeli, 1971

[3] Philips, Susan U., 1972, Participant Structures and Communicative Competence: Warm Springs Children in Community and Classroom, in C. B. Cazden, V. P. John e D. Hymes, a cura, Functions of Language in the Classroom, New York, Columbia Teacher Press.

[4] “La scuola, con il mandato di istruzione ed educazione che la società le affida, rispecchia all’interno di sé e cerca di dare risposte educative ad un mondo che è in cambiamento, e che abbisogna di nuove regole, nuove forze,nuovo pensiero, nuovi stili di vita” in Antonio Nanni, L’educazione interculturale oggi in Italia, ed. EMI, Brescia 1998

Focus pubblicato il: 24/05/2011 – 15:23:13